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21|07|2017

COME FARSI ASCOLTARE DAI FIGLI

Come fare a farsi ascoltare dai figli?

Domanda che prima o poi tutti i genitori si pongono e che riveste un’importanza straordinaria, perché incide sulla qualità della relazione con loro.

Prima di rispondere però voglio fare una precisazione: farsi ascoltare dai figli non vuol dire imporre il nostro pensiero o portarli a fare ciò che noi vogliamo quanto piuttosto creare una relazione serena, nella quale possa crescere un dialogo aperto, di confronto e guida.

 

Nella mia esperienza di mamma e di coach, una delle cause principali di “non ascolto” è utilizzare il nostro modo di comunicare da adulti anche quando abbiamo a che fare con i bambini che invece sono incredibilmente diversi da noi.

 

Nei miei corsi, uno degli aspetti che solitamente sorprende maggiormente i genitori è quando spiego che la mente dei bambini è diversa e che quindi va cambiato il nostro modo di comunicare con loro. L’efficacia della comunicazione infatti è data dalla qualità della risposta che otteniamo quindi se nostro figlio si comporta in un certo modo malgrado quello che noi diciamo, il più delle volte, siamo noi che stiamo sbagliando il modo di comunicare.

Nei bambini la parte limbica della mente è quella predominante quindi il loro mondo è fatto di suoni, colori, odori ed esperienze dirette; tenete presente che se già in un adulto il peso della comunicazione verbale (parole) è solo del 7%, nei bambini la questione è ancora più sbilanciata, perché non hanno ancora pienamente sviluppato la parte del cervello deputata al pensiero logico e razionale.

Questo vuol dire che “riempirli di parole” e fare loro grandi discorsi magari aiuta noi genitori a sfogarci ma è poco efficace con loro per farsi capire.

Allora le parole non sono utili? Assolutamente no!

Le parole sono importantissime e vedremo come alcune funzionano meglio di altre, quello che è certo però è che le parole non sono il canale di comunicazione preferito dai bambini; per spiegare loro come comportarsi o come reagire ad una situazione è meglio affidarsi a delle storie o favole, che sono adorate dalla mente limbica o spiegare con esempi della loro vita quotidiana o, ancora, creando delle scenette con i loro pupazzi o giochi.

Una volta una mamma con la quale ho lavorato, non riusciva a gestire con serenità il momento della colazione, perché la sua bambina di 4 anni si rifiutava di fare colazione e questo spesso implicava ritardi a scuola e al lavoro. La mamma in questione provava in tutti i modi a farla mangiare spiegandole che dopo a scuola avrebbe avuto fame ma nulla. La situazione è cambiata quando, dopo un incontro con me, ha ritarato la sua comunicazione sul mondo della bambina e quindi la sera prima di andare a letto le ha raccontato la storia di una principessa che voleva andare a cavallo intorno ad un bellissimo lago e nella storia, tra un drago e qualcos’altro, ci ha infilato che la principessa la mattina prima di montare a cavallo beveva sempre un po' latte e mangiava del pane con la marmellata, per essere in forze e cavalcare tutto il giorno. La mattina dopo ha rinforzato poi con le parole, chiamando quel momento “la colazione della principessa” in modo da ricordarle la favola che le aveva letto la sera prima; in questo modo, la bambina ha visto l’utilità della colazione nel SUO mondo mentre l’avere fame dopo o le minacce del tipo “allora non guardi la televisione” erano per lei di poco valore o completamente distaccate le une dalle altre.

La questione è quindi proprio quella di trovare la chiave per entrare nel loro mondo e da lì costruire abitudini, convinzioni e comportamenti utili al bambino utilizzando una comunicazione che sia tarata su di loro.

 

Scopriamo allora qualcosa in più della loro mente e di come possiamo comunicare più facilmente:

  • I bambini non hanno il senso del tempo quindi vivono in un eterno adesso e cercano benefici immediati (ecco perché dire se non fai colazione non guardi la tv funziona poco, perché per la bambina è più importante non fare colazione adesso).

Questa mancanza di linea del tempo implica che, anche i bambini più grandi, hanno una vaga idea di ieri, oggi, domani o tra una settimana e quindi “l’eventuale negoziazione” per fare qualcosa deve avere benefici immediati subito per loro.

Anche a livello di linguaggio, dire ad un bambino tra “5 minuti andiamo” ha poco senso per lui, perché non sa cosa sono 5 minuti; è perciò più utile dare al bambino una dimensione temporale diversa come “fai ancora 2 giri sullo scivolo e poi andiamo” oppure “quando suona il campanello del forno metti a posto i giochi che usciamo”. Siamo noi adulti che abbiamo idea di cosa vuol dire essere in ritardo o di come cadenzare il tempo per fare tutte le cose che abbiamo da fare, i bambini no e comunicare con loro con i vostri parametri è come parlare ad un cinese in portoghese.

Il figlio di un’amica faticava a smettere di giocare quando era il momento di uscire e malgrado i continui “sbrigati” o “adesso dobbiamo uscire o facciamo tardi”, spesso la situazione diventava stressante. Il bambino è un grandissimo appassionato di calcio, la mamma allora ha iniziato a utilizzare un gergo calcistico per definire i momenti come “fine primo tempo” per indicare che era il momento di interrompere una qualche attività o “fallo!” quando voleva sottolineare che il comportamento del bambino stava eccedendo o non andando nella giusta direzione.

Il segreto è quello di trovare un modo che sia familiare e incisivo pe il bambino e per questo, chi meglio di voi sa cosa piace e quale metafora è più adatta?

  • Il sarcasmo o le battute con i bambini non funzionano perché la mente limbica è molto letterale e ha quindi uno scarsissimo senso dell’umorismo. Se ci fate caso i bambini ridono per qualcosa che succede (Paperino che scivola) non per una battuta e non comprendono il sarcasmo; quando noi diciamo loro qualcosa in tono sarcastico quello che il bambino percepisce è solo confusione e disorientamento. Faccio un esempio: quando diciamo dopo ha combinato qualcosa “bravo sei stato proprio bravo, complimenti” in tono sarcastico quello che il bambino percepisce nella sua mente limbica è “mi sta dicendo che sono stato bravo ma dal tono della voce e l’espressione del viso è arrabbiata…quindi?” confusione. Lo stesso vale se facciamo giochi di parole o doppi sensi, loro non li capiscono perché la loro mente è assolutamente letterale quindi sono, a livello di efficacia della comunicazione, parole sprecate. Quello che consiglio sempre è di essere letterali ed evitare battute e doppi sensi.
  • Il tono di voce è importantissimo quando parliamo con loro e a differenza di quello che si pensa, più lo abbassiamo e più è efficace. L’essere umano nasce con solo due paure innate: cadere e i suoni molto forti; quando urliamo annulliamo completamente il significato e le parole che ci abbiamo messo dentro. Pensate a quando avete sentito gridare qualcuno, quello che vi ricordate molto probabilmente è l’urlo ma non esattamente cosa stava gridando quella persona, lo avete messo in memoria come “ho sentito qualcuno gridare”; con i bambini questo è elevato all’ennesima potenza quindi se volete che loro imparino qualcosa o volete dare un’indicazione importante, tenete il tono di voce basso, un ritmo lento e risoluto e guardateli negli occhi.
  • Legato a punto sopra c’è la questione dell’essere specifici nelle nostre richieste e comunicazioni; vi è mai capitato di dire a vostro figlio “mettiti le scarpe che usciamo” e poi vederlo che sta ancora facendo altro? In questo caso una buona variante è dare loro un’indicazione specifica di quando vogliamo che la cosa sia fatta e soprattutto con i bambini più piccoli, essere temporalmente vicini al momento dell’esecuzione. Anche il tono di voce ha un’importanza fondamentale quindi se volete che il bambino faccia qualcosa semplicemente non mettete il tono interrogativo alzando il finale della frase verso l’alto, in un tentativo di gentilezza “tesoro, vai a lavare i denti?” a meno che il bambino non ami lavare i denti, la risposta mentale alla domanda sarà “no preferisco fare quello che sto facendo”.

Vi assicuro che “vai a dormire adesso” detto con tono di voce basso e risoluto e sottolineando con il tono di voce basso la parola “adesso” ha risolto i problemi serali di tanti genitori e anche della sottoscritta.

  • La miglior soluzione a volte è dare il buon esempio perché, almeno fino ai 7 anni, i bambini ci modellano completamente e guardano noi per capire come agire in questo mondo; dopo i 7 anni continuano a guardarci ma iniziano ad avere un bagaglio di esperienze e di competenze, che permette loro di iniziare a farsi una loro opinione e validare quello che diciamo loro, pur rimanendo ancora un punto di riferimento essenziale.

Se ad esempio non vogliamo che urlino, è importante tenere sempre un tono di voce basso (anche se so che non è sempre facile) o se vogliamo che mangino delle verdure, vedere un genitore che lo fa con gusto, è il miglior modo per instaurare in loro questa sana abitudine.

Ricordate che nella loro mente, i bambini cercano coerenza e più vedono delle distonie tra ciò che viene detto loro e ciò che vedono nei comportamenti o nell’atteggiamento, più vanno in confusione e non sono in grado di radicare in loro esperienza su “come si fa” o “come ci si deve comportare”.

  • Alcune parole sono poco efficaci; quella che maggiormente riscuote stupore durante i miei corsi è il “NON”; la mente limbica di qualsiasi essere umano non legge il non.

Ok adesso provate a non pensare ad un elefante giallo a pallini rossi; ci avete pensato vero? Questo succede perché il cervello deve sempre collegare un’immagine ad una parola quindi l’elefante è comparso ma poi avete detto al vostro cervello di cancellarlo e questo spiega perché “non toccare….”, portai bambini diretti a toccare o voler toccare quella cosa, perchè non hanno appunto questa capacità di cancellazione; bisognerebbe quindi eliminare il più possibile la negazione dalle nostre indicazioni e direttive: “non toccare X” dovrebbe diventare “mai toccare X” o se lo sta già toccando “smetti di toccare X adesso”.

La questione della negazione è molto ampia e riguarda anche noi adulti e spiega spesso il fallimento di diete e buoni propositi

Un'altra parola è “prova” che, diversi studi sul cervello, hanno dimostrato non attivare una parte dell’emisfero sinistro dove risiede la motivazione; “ prova a fare i compiti” o “prova a mangiare gli spinaci” provocano una scarsa motivazione e piacere e, per quanto abbiamo visto prima sui bambini, non fa vedere loro un beneficio immediato e spesso porta ad un fallimento.

Nel caso degli spinaci ad esempio, quello che molto frequentemente succede è che il bambino mette in bocca un pezzettino di spinaci ma molto probabilmente la risposta sarà “Non li voglio” e a quel punto se il genitore insiste sta dando un’indicazione poco coerente: “Mi hai detto che potevo provare (quindi anche dire di no) e invece adesso mi obblighi a mangiare”. Lo stesso vale per qualsiasi attività o impegno; ancora più vago è utilizzare “proviamo” perché non definisce chi deve fare la cosa e chi ha potere, come nel caso degli spinaci, di decidere se proseguire o meno.

Le parole fanno magie e possono realmente cambiare il nostro mondo e come lo percepiamo; queste sono perciò solo due delle parole che possono migliorare l’efficacia della vostra comunicazione con i bambini...altri spunti arriverranno presto!

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